Negli ultimi anni, la scuola sembra aver smarrito la sua missione originaria: educare persone, non soltanto valutare studenti. Ci troviamo davanti a un sistema sempre più centrato sul rendimento, sulle verifiche, sulle medie, sulle percentuali. Una scuola dove ciò che conta è “finire il programma”, il come non è rilevante, come nemmeno ciò che resta allo studente, infatti elementari, medie e superiori, ripetono gli stessi argomenti fino allo sfinimento.
Gli studenti di oggi vivono giornate interminabili: a scuola dalle 8 alle 14 o alle 16 un solo intervallo di dieci minuti ed eventualmente la pausa pranzo variabile, e poi a casa ancora libri, compiti e studio fino a sera. Il tempo per respirare, per pensare, per vivere… si dissolve. Non c’è più spazio per lo sport, per una passeggiata in famiglia, per una cena senza l’ansia del compito del giorno dopo. Le vacanze studio, un tempo occasione di crescita, diventano un peso: al rientro li aspetta il programma “da recuperare”, come se ogni esperienza fuori dall’aula fosse una perdita di tempo.
E così, ragazzi e ragazze imparano presto che l’impegno conta poco, conta il voto. Che se studi fino a notte fonda ma prendi 6, vali meno di chi ha ottenuto 8 senza sforzo. Non c’è spazio per la dedizione, per la collaborazione, per la crescita personale. Le attività per creare il gruppo classe sono rare, le discussioni intese come dialogo aperto sull’attualità pressochè nulle. La scuola misura la prestazione, non l’impegno, la volontà. E dimentica che dietro ogni voto c’è una persona con emozioni, limiti, sogni e paure.
Ci chiediamo poi perché tanti giovani siano stanchi, stressati, demotivati e spesso anche ammalati nel fisico e nella psiche. Forse la risposta è semplice: perché vivono in un sistema che non li ascolta. Che li valuta continuamente ma non li conosce davvero. 
Il ruolo del genitore
I compiti a casa sono poi fonte di stress e di conflitti in famiglia, poiché ai genitori viene delegato il ruolo di insegnante senza averne le competenze e con una relazione affettiva di mezzo che non permette la lucidità, da entrambe le parti, per un apprendimento efficace e sereno.
Spesso al genitore viene richiesto di seguire i figli nello svolgimento dei compiti e finché sono in età da primaria può anche essere comprensibile un affiancamento per imparare a gestire il tutto, ma oltre diventa un ulteriore carico di lavoro che il genitore spesso non è in grado di gestire. Per tempo, per competenze o per mille altre ragioni. E quello NON è il suo ruolo. Non dovrebbe essere richiesto. Anche perché ne consegue spesso una frustrazione così grande che sfocia in litigio, con il rischio di compromettere la relazione genitore-figlio.
Quando un genitore vede il proprio figlio piangere perché non riesce a studiare o a svolgere un compito, come può sentirsi, se nemmeno lui è in grado di aiutarlo?
O al contrario un genitore cresciuto con l’ansia da prestazione e il senso del dovere molto spiccato, come reagirà di fronte ad un figlio che fatica nel rendimento scolastico?
Cosa dicono gli studi sull’apprendimento e sul benessere scolastico?
Alcuni recenti studi suggeriscono che ciò che succede «intorno» al rendimento – il benessere, l’ambiente scolastico, il coinvolgimento – ha un ruolo fondamentale nell’apprendimento:
Uno studio su studenti delle scuole secondarie in Svizzera ha evidenziato che il benessere degli studenti inteso come coinvolgimento scolastico (behavioural engagement) — “godersi la scuola”, sentirsi parte, partecipare attivamente sono elementi che portano poi a migliori risultati.
Un’altra ricerca ha mostrato che il clima scolastico (relazioni docente-studente, coesione tra pari, ambiente percepito come “sicuro” e “inclusivo”) è correlato in modo significativo con l’impegno degli studenti e con la loro soddisfazione verso la scuola: ciò suggerisce che quando lo spazio scolastico è vissuto come solo “far programma/verifica”, e non come “spazio di crescita”, la motivazione cala, con conseguente abbandono scolastico precoce.
Le neuroscienze, da anni ormai, ci dicono che l’apprendimento è fortemente influenzato dall’aspetto emozionale. Se apprendo mentre mi emoziono (positivamente si spera), i concetti si fermeranno nella mente, nel corpo e nello spirito. Se vengo inondato di informazioni sterili, che percepisco lontane da me nel tempo, nella curiosità intellettuale, nei valori, non mi resterà nulla. Ed è per questo che lo stesso programma, di storia per esempio, viene ripetuto dalle elementari alle superiori, con approfondimenti del caso, finché lo studente non li vomiterà. Ma quanto dura questo apprendimento? Poche ore, pochi giorni, fino alla verifica/interrogazione, dopodiché verrà rispedito in qualche angolo della memoria. E sappiamo bene che tutto ciò che non viene utilizzato nel tempo, il cervello tende ad eliminarlo per fare spazio a nuovi apprendimenti. E’ davvero quindi il sistema più efficace quello della ripetizione ridondante di concetti lontani nel tempo senza mai fermarli e confrontarli con il presente?
Un altro aspetto fondamentale sono i tempi di apprendimento: dopo 20 minuti di didattica frontale, il cervello smette di assimilare contenuti. Si dis-connette e deve fare uno sforzo abnorme per focalizzarsi e continuare l’ascolto e la ricezione. Sapendo questo, non avrebbe senso impostare le lezioni in modo più dinamico ed interattivo o, qualora non fosse proprio possibile per la materia in sé, fare una pausa di 5 minuti in modo da riprendere con una lucidità attiva ?

Questi dati confermano ciò che molti insegnanti, famiglie e studenti vivono: il rendimento puro non può essere l’unico parametro. Per apprendere davvero ci vogliono motivazione, partecipazione attiva, relazione, benessere, tempo per elaborare ciò che si impara. Stiamo crescendo bambini e ragazzi sempre più annoiati, depressi, infelici. L’allarme è reale.
E’ tempo di rivoluzionare il sistema scolastico. A partire dalla formazione degli insegnanti, che devono essere aggiornati sui recenti studi che spiegano come avviene l’apprendimento, quello vero; sulla relazione docente/studente, al fine di creare connessioni umane e non solo didattiche; creare momenti di colloqui individuali con le famiglie al fine di CONOSCERE il ragazzo/a, non solo lo studente e le sue prestazioni, ma chi ci sta dietro. Per questo…
Cosa cambierebbe se…
…daremo spazio nelle giornate scolastiche ad attività di gruppo, progetti collaborativi, momenti meno “verifica” e più “laboratorio”?
…si regolamentasse meglio il numero di verifiche in una settimana, lasciando respiro agli studenti?
…si valorizzasse l’impegno e la dedizione, non solo il voto ottenuto?
…si riconoscesse che lo sport, il tempo libero, la famiglia non sono “di troppo” ma parte integrante della formazione completa? …se si concedessero 10 minuti ogni ora per fare due chiacchiere tra loro, per ascoltare una canzone, per staccare la mente?
…si costruisse una cultura della scuola che vede il programma non come un fardello da “finire”, ma come un percorso da gustare, approfondire, capire?
Forse dovremmo ripartire da qui. Da una scuola che riconosca il valore dell’impegno, che lasci spazio alla cooperazione, al dialogo, alla curiosità. Da una scuola che non misuri solo il sapere, ma anche il saper vivere. Da una scuola pronta a dialogare del passato, ma anche del presente, perchè i ragazzi vivono nell’oggi. Hanno bisogno, oggi più che mai, di adulti che riflettano con loro su ciò che accade nel mondo, su ciò che accade nella propria città, sui nuovi mezzi di comunicazione di massa e le problematiche ad essi connesse, sui valori che ancora abitano i cuori di questi ragazzi, sul valorizzare ciò che di bello vedono nella vita di tutti i giorni. I ragazzi hanno bisogno di conoscere il mondo, di stabilire connessioni tra passato e presente per comprendere come tutto muta per poi ritornare alle origini; per trovare il loro io all’interno di un mondo più grande.
Perché la vera educazione non è un voto in pagella: è imparare a diventare se stessi e molti insegnanti che seguono questo paradigma sono spesso osteggiati da colleghi o dirigenza scolastica perché tacciati di non fare il loro lavoro. Ma sappiamo davvero cosa significa fare l’insegnante?
Inviami le tue riflessioni in merito via mail, è sempre prezioso aprire dibattiti su argomenti tanto sentiti. Potrò creare un evento, un momento di confronto scritto con le tue opinioni o un nuovo articolo sul tema, con le riflessioni che porterai!
Manuela Griso