“Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio” diceva un famoso proverbio africano, ed all’interno di questo villaggio non ci sono solo nonni, zii, amici o parenti ma anche figure educative che, quotidianamente, si rapportano con il piccolo in termini di cura fisica, emotiva e relazionale.

Educatore e genitore hanno ruoli differenti e sguardi differenti nei confronti del bambino eppure concorrono ad un obiettivo comune che è il suo benessere e la sua crescita armoniosa. Quando si riesce ad unire lo sguardo del genitore (che è il riferimento affettivo ed educativo principale, primario) a quello dell’educatore (professionale, pedagogico, empatico) può nascere un’intesa, un’alleanza preziosa per concorrere allo sviluppo e alla risoluzione di tappe, fasi, fatiche, o svilluppo di doti e peculiarità.

Al bambino questa distinzione di ruoli è molto chiara; tanto quanto è chiara la fiducia (o la mancanza di fiducia) del genitore nei confronti dell’educatore. Quest’ultima può determinare moltissimo la relazione educatore-bambino ed il suo sentire. “Se la mamma non si fida, non sono al sicuro.”, “Se il papà dice queste cose della maestra allora la maestra non mi vuole bene”…e via dicendo.

Oppure, al contrario, giudizi e critiche da parte dell’educatore verso la famiglia possono ingenerare vergogna e senso di inadeguatezza nel bambino o riflettersi sulla possibilità o meno della famiglia stessa di accogliere suggerimenti, strategie o rimandi.

Uno stato di diffidenza reciproca lascia il bambino confuso ed in stato di allerta, portandolo alla chiusura o all’esplosione che testa i confini sia a casa che a scuola.

Cos’è l’alleanza educativa

La condizione ideale è quella dell’ ALLEANZA, all’interno della quale tra famiglia e polo educativo si crea coordinazione, collaborazione, fiducia e ascolto; nel rispetto delle reciproche competenze ci si porta a costruire insieme una direzione educativa comune nella quale il bambino trova coerenza e, all’interno della quale, si possa egli stesso muovere con sicurezza e fiducia.

Conosciamo insieme questo bambino,quali sono le sue risorse e le due fragilità, e cerchiamo insieme ciò di cui ha bisogno, le strategie più efficaci per la sua fioritura e mettiamole in campo all’unisono così che possa sentirsi sempre a casa, visto e supportato.

Idealemente questo dovrebbe essere il patto non scritto che intercorre tra i due ruoli.

Lasciare andare il controllo – Affidarsi

Per questo è importante che, in prima battuta, il genitore scelga il luogo che gli sembra più accogliente, efficace o affine alla propria linea educativa ed una volta fatto accetti di lasciare andare il controllo (stando, appunto, nella fiducia), esprimendo quindi richieste, certo, con la consapevolezza che l’equipe saprà prendere la decisione giusta la momento giusto e con le giuste motivazioni (che potrebbero essere diverse da quelle immaginate). Al genitore sarà sempre riservata la parte più intima e (talvolta) complessa del bambino, per il vissuto quotidiano ma anche perchè, quando l’ambiente familiare è sano (e per sano si intende funzionale), il bambino si concede di essere, totalmente, se stesso, sapendo di essere totalmente amato. In un ambiente disfunzionale il genitore che ha più coscienza, consapevolezza della situazione può (azzarderei un deve) chiedere aiuto , all’educatore o a figure professionali che rinforzino le risorse del genitore e ne sostengano le fatiche.

Lasciare andare giudizio e pregiudizio – saper ascoltare (con il cuore)

All’educatore spetta la capacità della sospensione del giudizio, la capacità di rimanere sopra le parti e vedere il quadro completo (o richiederlo alla famiglia laddove manchino dei pezzi osservativi). L’educatore è una figura di sostegno alla genitorialità e ad essa non sostituibile, anche in casi particolarmente difficili l’educatore dovrà riconoscere che può arrivare fino ad un certo punto e l’altro pezzo spetta alla famiglia. Anche una visione pedagogica non contiene LA verità assoluta ma solo una parte. E’solo con il quadro completo che si può davvero compiere un lavoro congiunto. Il consiglio (richiesto oppure no) senza una valutazione generale, senza domande specifiche di quella particolare famiglia, di quel particolare contestato/situazione, fà più danno che guadagno.

L’educatore non deve diventare il genitore competente che insegna al genitore incompetente! Egli fà domande, offre prospettive e suggerisce riflessioni , educa se stesso a fermarsi laddove termina la sua area di “azione”.

Ad entrambi l’alleanza richiede di saper vedere l’uno nell’altro una risorsa e non un ostacolo.

Come si construisce l’alleanza? Alcuni esempi pratici

  • “Abbiamo osservato che accade questo, come la state vivendo a casa?” Il genitore offre uno sguardo di conoscenza sul bambino e aggiunge dettagli e componenti, l’educatore condivide l’esperienza fuori casa.
  • “Abbiamo notato xy…Cosa succede a casa quando accade qualcosa di simile? come reagisce il bambino?” L’educatore porta la sua competenza professionale e il genitore la sua esperienza (e competenza) genitoriale.
  • Parlere del comportamento mai dell’ identità : dire “Il mio bambino è capriccioso” è diverso da “Noto che fatica quando deve interrompere un’attività, succede anche qui? come possiamo aiutarlo?”

L’alleanza nasce al momento dell’iscrizione, che sopraggiungano difficoltà oppure no, il patto è una condizione all’interno della quale ci si può davvero sentire supportati e dalla quale trarre ricchezza di esperienze, visioni e crescita reciproca.

Come stai vivendo la tua esperienza di alleanza educativa da genitore? E se sei un educatore, in che modo può esserti stato utile questo articolo? Ci teniamo a conoscere la tua esperienza e farne tesoro, scrivici a info@educaresecondonatura.com