Il periodo successivo alla nascita di un bambino racconta spesso della mamma e del piccolo, delle gioie e dei dolori legati a questa diade. Si dimentica che questo duo è in realtà un trio e il terzo è il papà . Si pensa che tutti i cambiamenti avvengano solo per la mamma, ma il papà negli ultimi anni ha assunto (fortunatamente) un ruolo sempre più rilevante e non più quello a cui veniva relegato fino a poco tempo fa, ovvero colui che provvede alla famiglia in termini meramente economici.
Il papà, come la mamma, subisce cambiamenti, nello stile di vita, importanti. Il suo ruolo muta e deve ricercare un nuovo equilibrio, una nuova identità.
Ad oggi il papà non può e non deve essere solo “l’aiutante” della mamma, ma l’ altra figura di riferimento per il bambino.
A livello sistemico, infatti, il padre è colui che fa da ponte tra il bambino e il mondo, colui che lo supporta nel distacco dalla madre e lo conduce nel “sistema” affinché lui possa compiere la sua missione nel mondo. Il padre mostra al bambino le regole del mondo, i confini, affinché possa costruire un’identità salda.

Eppure ancora oggi, che il papà sia la figura di riferimento per il bambino come la mamma, non è così scontato. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il coinvolgimento attivo dei padri nei primi mesi di vita rappresenta un fattore protettivo per la salute mentale materna (depressione post partum) e per lo sviluppo socio-emotivo del bambino. Anche l’UNICEF sottolinea come le politiche di congedo retribuito per i padri favoriscano un maggiore equilibrio nella distribuzione delle responsabilità di cura nel lungo periodo.
Eppure, in molti Paesi europei tra cui l’Italia , il congedo obbligatorio per i padri resta ancora limitato nel tempo (10 miseri giorni) . Questo riduce le opportunità di costruire fin da subito una relazione quotidiana con il neonato, rafforzando l’idea che la cura primaria sia responsabilità soltanto materna, aumentando così il carico fisico e mentale della madre nel periodo più delicato e consolidando dinamiche di disparità che tendono a protrarsi negli anni. Il legame padre-bambino non nasce solo dal desiderio o dall’intenzione: si costruisce attraverso la presenza, la ripetizione, l’esperienza diretta della cura.

Senza questo contatto, la sensazione di inadeguatezza può invadere anche il papà, arrivando a fargli rivestire il ruolo di spettatore, se non addirittura quello di chi si sente “di troppo” , mentre la madre si trova investita di una responsabilità totalizzante, proprio nel momento in cui avrebbe maggiore bisogno di sostegno.
Il padre nel post parto,infatti, dovrebbe essere la presenza emotiva stabile della famiglia. La mamma ha subito sul proprio corpo una vera e propria rivoluzione sia fisica che ormonale ed emotiva, per questo è fondamentale che il papà sia stabile e ancorato alla realtà, affinché possa donare quella lucidità che manca, per il benessere di tutta la famiglia.
La questione dei congedi però non è solo organizzativa o economica: è culturale.
Essi plasmano il modello di genitorialità che una società promuove.
Nei paesi in cui i congedi sono più lunghi e adeguatamente retribuiti, si riscontra un maggiore coinvolgimento dei padri nel tempo, la riduzione del rischio di burnout materno, una migliore soddisfazione di coppia e benefici sullo sviluppo emotivo del bambino.
Sostenere la presenza del padre nel post parto significa quindi investire nel benessere dell’intero sistema familiare. Il papà può e deve essere filtro tra la diade mamma-bambino e il mondo, proteggendo il nucleo familiare dalle pressioni esterne, partecipare attivamente alle cure quotidiane (cambio pannolino, bagnetto, contatto pelle a pelle ) il ché non è solo fare pratica e rendersi utile, è la costruzione dell’ attaccamento tra sé e il suo bambino.
Il padre è per eccellenza colui che può sostituirsi alla mamma in alcuni momenti, per facilitare il suo riposo rendendosi così un alleato nella gestione dell’ allattamento, fase delicatissima e molto impegnativa per la mamma, che richiede sostegno emotivo e pratico.

Non si può dimenticare però che il cambiamento avviene anche per i papà e che anche gli uomini possono sperimentare forme di disagio nel periodo post natale.
La pressione economica, la privazione di sonno, i cambiamenti nella relazione di coppia, la sensazione di esclusione dal rapporto madre-neonato sono tra le cause più comuni che creano questo squilibrio emotivo. Volgere lo sguardo anche ai papà è fondamentale per prevenire isolamento e incomprensioni.
La nascita di un figlio non aggiunge semplicemente un membro alla famiglia: trasforma l’intero sistema.
Per mantenere insieme la famiglia, serve mantenere intatta la coppia. (Puoi leggere anche l’articolo Dalla coppia alla famiglia (e ritorno): strategie per restare uniti dopo la nascita di un figlio)
In questo momento, il padre ha un ruolo chiave, perché può promuovere momenti di dialogo atti a mantenere salda ed efficace la comunicazione, cosicché i bisogni vengano esplicitati e tutto sia alla luce.
La ridefinizione della sessualità, il ruolo paterno nel menage familiare, la dimensione di vita a tre, per esempio, possono essere argomenti delicati, ma è necessario trattarli affinché si possa ricreare un equilibrio emotivo di ben-essere della famiglia.
La genitorialità condivisa implica non solo il fare, ma soprattutto il carico mentale, ed il dialogo aperto e sincero su questo argomento è un tassello fondamentale per generare coesione e distribuire il “peso” su entrambi i genitori.
Il post parto è una fase delicata, ma anche un’opportunità straordinaria di crescita personale e familiare. E il padre, quando è consapevole e presente, diventa una delle colonne portanti di questo nuovo inizio.