Poco tempo fa ho letto una storia sull’ insegnamento di una parola giapponese che racchiude una lezione di vita tanto semplice quanto difficile da accettare: tendenko.
Nasce lungo la costa di Sanriku, nel nord-est del Giappone, una terra che per generazioni ha dovuto fare i conti con gli tsunami. Il suo significato è, più o meno, “ognuno per conto suo”.
Quando arriva lo tsunami, ognuno deve correre verso un luogo sicuro. Senza aspettare gli altri. Senza tornare indietro a cercare qualcuno, nemmeno le persone che ama di più. Nemmeno i figli.
Potrebbe sembrare un’indicazione egoista, crudele addirittura… in realtà racchiude una forma di amore profondissima: la fiducia che chi amiamo sappia salvarsi anche senza di noi.
È un concetto che va contro una delle convinzioni più radicate nella nostra cultura occidentale: quella secondo cui dobbiamo tenere tutto, proteggere tutto, controllare tutto e senza di noi gli altri non ce la fanno.
Viviamo in una società che ci insegna continuamente a non mollare.
Non mollare una relazione, anche quando ci fa stare male. Non abbandonare un progetto, anche quando abbiamo capito che non è più quello giusto. Non deludere le aspettative degli altri. Non lasciare che qualcosa finisca. Non smettere di provarci.

Ci viene raccontato che la perseveranza è una virtù, che la dedizione è una prova d’amore, che esserci sempre per tutti è sinonimo di generosità . Anche, ma non sempre. Perché così impariamo a trattenere qualsiasi cosa: persone che vogliono andare via, responsabilità che non ci appartengono e persino versioni di noi stessi che non ci rappresentano più, soltanto perché abbiamo paura di non sapere più che cosa siamo senza.
Confondiamo la presenza con il controllo, la cura con il sacrificio, l’ amore con la risoluzione di ogni problema nella vita dell’ altro. Come se lasciare fosse necessariamente una sconfitta, un modo per dirci che non siamo stati sufficientemente bravi.
Ma se fosse esattamente il contrario?
Non tutto ciò che lasciamo andare è una perdita.
C’è una differenza enorme tra abbandonare qualcosa e riconoscere che non possiamo continuare a sostenerla o sostituirci ad altri nella loro vita.
Possiamo amare profondamente una persona senza poter risolvere tutti i suoi problemi. Possiamo desiderare il meglio per qualcuno senza dover decidere al suo posto. Possiamo essere presenti senza essere indispensabili.
E possiamo smettere di sentirci responsabili di tutto ciò che accade intorno a noi.
A volte il nostro bisogno di intervenire non nasce soltanto dall’amore, ma dalla paura. La paura che, se non ci occupiamo noi di tutto, qualcosa andrà storto. Che gli altri non siano capaci. Che senza il nostro aiuto non ce la faranno.
Ma quanto c’è di amore e quanto, invece, di bisogno di controllo, di sentirsi indispensabili, in questo atteggiamento?
E quanto spazio lasciamo davvero agli altri per trovare le proprie risposte, affrontare le proprie difficoltà , diventare autonomi?
Ci sono persone che vivono costantemente con la sensazione di dover tenere insieme tutto.
Sono quelle che anticipano i problemi, ricordano gli impegni di tutti, si preoccupano di come stanno gli altri, cercano soluzioni prima ancora che qualcuno le chieda.
Quelle che non riescono a riposare se sanno che qualcuno vicino a loro sta attraversando un momento difficile.
Quelle che si sentono in colpa quando scelgono se stesse.
Spesso vengono considerate persone affidabili, generose, forti. E sicuramente lo sono.
Ma c’è un prezzo che raramente viene raccontato: a forza di preoccuparsi di mettere tutti in salvo, finiscono per dimenticarsi di sé e, spesso, si ammalano.
È una forma di esaurimento silenzioso. Non necessariamente visibile, perché queste persone continuano a funzionare, ad esserci, a rispondere, a risolvere.
Ma dentro accumulano stanchezza, frustrazione, a volte anche  risentimento, verso gli altri e verso se stesse.
Perché nessuno può essere il punto di equilibrio della vita di tutti gli altri.
E forse una delle consapevolezze più difficili da raggiungere, consiste proprio nell’accettarlo.
Accettare di non poter salvare il mondo per salvare noi stessi, per darci valore. Lo abbiamo quel valore. In quanto persone, esseri viventi, non dobbiamo fare qualcosa per essere amati.

Tornando al concetto di tendenko,  possiamo portare il suo insegnamento molto lontano dalla sua origine.
Il concetto non è “pensa soltanto a te stesso”, ma “crea un patto di fiducia tra te e l’ altro”.
Al di là dello tsunami, trasportato nella vita quotidiana, significa imparare a fidarsi delle capacità degli altri.
Ci sono cose più facili da lasciare andare, e altre in cui serve molto allenamento.
Lasciare che i figli affrontino le proprie difficoltà , senza anticipare ogni ostacolo per esempio.
O lasciare che un collega si assuma le proprie responsabilità , senza intervenire continuamente per correggere tutto. Lasciare che una persona cara attraversi un momento complicato, senza pretendere di risolverlo al posto suo.
Accettare che qualcuno possa prendere una strada diversa dalla nostra, fare scelte che non condividiamo, e anche sbagliare, perché aiutare qualcuno non significa necessariamente impedirgli di cadere. A volte significa avere fiducia nella sua capacità di rialzarsi.
E questo richiede un coraggio diverso da quello che siamo abituati ad ammirare.
Non il coraggio di intervenire, ma quello di attendere ed osservare.
Forse dovremmo rivedere il modo in cui misuriamo l’amore e la dedizione.
Prendersi cura non è sinonimo di risolvere. Amare non significa annullare se stessi per l’ altro.
Amare significa fidarsi. Rispettare lo spazio dell’altro. Accettare che abbia risorse che non conosciamo e capacità che non abbiamo bisogno di mettere continuamente alla prova.
E, soprattutto, significa ricordarci che anche noi meritiamo di essere messi in salvo.
Il tendenko ci ricorda che, in certe circostanze, tornare indietro può mettere in pericolo tutti. Che la fiducia reciproca può salvare più persone del sacrificio individuale.
Certo,  la vita non è uno tsunami e questo non è un invito ad abbandonare chi amiamo. Ci sono momenti in cui esserci, intervenire e sostenere è fondamentale.
Ma ci sono anche momenti in cui continuare a trattenere diventa una forma di prigionia, per noi e per l’ altro.
Forse la domanda da farci, ogni tanto, non è : “Cosa posso fare per gli altri?”.
Ma: “Che cosa sto cercando di trattenere? E perché non riesco a lasciarlo andare?”.
Perché non tutto ciò che lasciamo andare ci allontana da qualcuno. Non tutto ciò a cui rinunciamo è una sconfitta. Non tutto ciò che smettiamo di controllare è destinato a crollare.
A volte lasciare andare è un atto di fiducia.
Verso gli altri, verso la vita e, soprattutto, verso noi stessi.
E forse, proprio quando smettiamo di cercare di salvare tutto e tutti, iniziamo finalmente a salvare anche noi.

E questo vale per la vita degli altri, che non può essere vissuta e costruita da noi, ma anche per le aspettative. Sia le nostre che quelle degli altri.
Ci sono progetti che non funzionano. Relazioni che cambiano e non ci sono più le condizioni per portarle avanti; opportunità che non arrivano anche se ci siamo impegnati tanto per ottenerle.
Continuare a insistere non sempre è sinonimo di determinazione. Qualche volta è soltanto incapacità di accettare che qualcosa sia finito.
E mentre cerchiamo disperatamente di recuperare ciò che non c’è più, rischiamo di non vedere quello che abbiamo davanti.
Lasciare andare significa proprio questo: smettere di spendere tutte le nostre energie per riportare in vita qualcosa che forse ha già concluso il suo percorso.
Non tutto deve essere recuperato. Non tutto deve essere aggiustato. Non tutto deve essere salvato.
Alcune cose devono semplicemente finire.
E come le foglie d’autunno che lasciandosi andare spogliano l’ albero e gli permettono di rifiorire, così anche tu, lascia andare le tue foglie ormai secche e preparati alla primavera.
In questi articolo si fa riferimento alle parole scritte da @ElenaGiappone sulle tradizioni giapponesi.
E tu, cosa non riesci a lasciare andare?
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Manuela Griso