E se un giorno guardando tuo figlio vedessi una persona che non ti piace?
Quando un figlio viene concepito, gli piovono addosso tutte le aspettative di mamma, papà e spesso anche dei famigliari. Nelle relazioni tra lui e l’ altro si creano sottili giochi di ruolo volti a passare valori, credenze, abitudini e aspettative.
Per fare un esempio pratico, in una famiglia fortemente cattolica, nessuno si aspetterebbe un figlio ateo, eppure può accadere.
Un genitore si ritrova a volte davanti ad uno sconosciuto, può sentirsi deluso, amareggiato, fallito o sconfitto pensando di aver sbagliato nell’ educazione di quel figlio.
Ma è davvero così?
Ognuno di noi ha una posizione di nascita e, a livello sistemico, è giunto in una determinata famiglia per svolgere un compito ben preciso durante l’ arco della sua esistenza. Può essere colui o colei che proseguono le attitudini famigliari o coloro che spezzano le catene.
Il lavoro del genitore è quello di lasciare andare l’ immagine del figlio che si era creato fin dal concepimento e accogliere il figlio reale, con le somiglianze che gli fanno avvertire l’appartenenza alla famiglia, ma anche le differenze che gli permettono di essere un essere umano libero e unico.
Spesso questo viene avvertito come un vero e proprio lutto. Il figlio immaginato era così vivido, disegnato in ogni particolare, che resta l’unica immagine che il genitore possa concepire.

Come fare dunque a lasciare andare e accogliere la vera essenza del proprio figlio?
Sin dal concepimento è la piccola creatura a scegliere come arrivare al mondo. È lei che decide i tempi, le modalità, il luogo.
Osservando un bambino soprattutto nei primi due anni di vita, possiamo vedere come prende vita la sua essenza. Perché i primi due anni di vita? Perché sono quelli in cui restano spontanei nonostante l’ambiente. Incamerano, certo. Le loro sinapsi continue registrano informazioni rispetto ai comportamenti accettati e quelli no, monitorano costantemente le reazioni degli adulti e dell’ ambiente per creare una loro mappa di comportamento e di personalità adeguata al contesto, ma è, in genere, dopo i due anni che iniziano a vedersi gli effetti. Prima vengono “protetti” da quella forza Vitale che gli consente di sperimentare i più svariati comportamenti al fine di terminare la loro ricerca.
Osservando in questi due anni magici, vedremo davvero chi è. Esprimerà le sue volontà con più o meno determinazione, sarà volitivo oppure accomodante, sorridente o tendente al pianto, autonomo o più richiedente. Se si ha la fortuna di fermarsi e osservare i fatti, senza giudizio, da questi può partire una ricerca del temperamento del proprio bambino e questa osservazione pura, permette di vedere davvero, senza gli occhiali con cui ce lo siamo immaginato.
Se ce ne accorgiamo soltanto in adolescenza, quando inizia a mettere in discussione l’identità che conosciamo, abbiamo comunque una grande occasione.
Perché la giovinezza in fondo, è proprio questo: un tempo in cui i ragazzi devono smontare, pezzo dopo pezzo, l’immagine di sé che hanno costruito fino a quel momento, per capire cosa gli appartiene davvero e cosa invece hanno semplicemente ricevuto.
È come se prendessero tutti i pezzi che compongono il loro essere ( i valori, le idee, le abitudini, i gusti, le convinzioni, il modo di stare nelle relazioni ) e li mettessero sul tavolo.
Alcuni li terranno. Altri li rifiuteranno.
Altri ancora li modificheranno così tanto da renderli quasi irriconoscibili.
E alcuni, magari, li riprenderanno molti anni dopo, ma questa volta perché li avranno scelti.
Per fare questo lavoro, l’adolescente ha bisogno di prendere le distanze da chi, fino a quel momento, ha rappresentato il suo principale punto di riferimento: il genitore.
Ed è qui che spesso arriva il conflitto.
Il bambino che fino a ieri cercava il nostro sguardo, oggi è cresciuto e può sembrare infastidito dalla nostra presenza. Quello che voleva raccontarci tutto, improvvisamente non ci racconta più niente. Quello che ci somigliava, sembra voler essere il nostro esatto opposto.
Può vestirsi in un modo che non comprendiamo, avere idee che ci spaventano, ascoltare musica discutibile, smetterla di parlare per scrivere o scrollare un social network , mettere in discussione valori che per noi sono fondamentali.
E noi possiamo sentirci rifiutati. Ma non sempre quel rifiuto è rivolto a noi.
A volte è il modo con cui nostro figlio ci sta dicendo: “Ho bisogno di capire chi sono quando non sono semplicemente tuo figlio”.

Il conflitto, entro certi limiti, può allora diventare uno spazio di separazione necessario.
Perché un figlio, per diventare adulto, deve progressivamente spostare il proprio centro di gravità, dal genitore a sé.
Non significa smettere di averne bisogno. Significa iniziare a scegliere, a pensare e a sentire assumendosi progressivamente la responsabilità di ciò che è.
E per un genitore questo passaggio può essere doloroso.
Perché mentre il figlio sta costruendo la propria identità, noi siamo chiamati a fare un lavoro parallelo: lasciare andare quella parte di identità che avevamo costruito per lui. L’ essere madre, l’ essere padre così come lo abbiamo fatto finora. Cambia lui e dobbiamo cambiare insieme, affinché la relazione possa trasformarsi e non perdersi.
Non è semplice. Possiamo aver immaginato un figlio simile a noi, con i nostri stessi valori, le nostre passioni, il nostro modo di vedere il mondo.
E invece ci troviamo davanti una persona diversa. Forse così diversa da mettere in discussione persino il nostro modo di intendere la famiglia.
È qui che possiamo metterci di fronte ad una domanda difficile:
“Posso continuare ad amarlo?”
Non per quello che vorrei che fosse. Non per quello che avrebbe potuto essere. Non per quello che pensavo di avergli insegnato.
Ma per quello che è.
Questo non significa approvare tutto.
Accogliere un figlio non implica il rinunciare ai propri valori, né considerare giuste tutte le sue scelte. Possiamo avere opinioni diverse, porre limiti, dire dei no, essere in disaccordo.
Possiamo persino scoprire che alcuni suoi comportamenti sono incompatibili con il nostro modo di vivere.
L’accettazione non è necessariamente approvazione. È riconoscimento.
“Tu sei tu. Io sono io. Possiamo essere profondamente diversi e continuare ad amarci.”

E forse questa è una delle forme più adulte dell’amore genitoriale: riuscire a lasciare andare senza abbandonare.
A volte lasciare andare significa smettere di inseguire il figlio che avevamo immaginato, per poter finalmente incontrare quello che abbiamo davanti.
E qualche volta significa anche accettare che prenderà una strada che non avremmo scelto per lui.
Possiamo non seguirlo o aver bisogno di prendere delle distanze.
Ma la distanza può non essere una condizione dell’amore.
Perché l’amore può rimanere intatto anche quando la vicinanza cambia.
E forse il vero compito del genitore, alla fine, non è fare in modo che il figlio diventi la persona che aveva immaginato, ma accompagnarlo abbastanza a lungo da permettergli di diventare la persona che è, sapendo che la mamma e il papà lo ameranno comunque.